L'Istituto Watson e la formazione degli psicoterapeuti

Nel 1979 inizio l’attività di formazione per psico-terapeuti. La terapia cognitivo-compor­tamen­tale si sta sviluppando in Italia. Già da molti anni era applicata in Inghilterra e negli Stati Uniti. La sua applicazione ha trovato una sua immediata collocazione nel pubblico. La cultura anglosassone presenta da sempre un approccio pragmatico, è mirata al risultato. All’inizio a Torino trovo un am­biente molto favorevole. Molti psicologi si erano formati alla scuola di Angiola Massucco Costa, che nel 1964 era professore ordinario di Psicologia sperimentale. Nel 1969 fonda la «Rivista di psi­cologia sociale e sperimentale», che venne considerata una delle più importanti riviste in Italia per il suo contenuto scientifico.

La maggioranza dei miei allievi si erano specializzati con la Massucco Costa. Per loro era facile accettare l’approccio sperimentale che caratterizza la terapia comportamentale. I miei primi docenti dell’Istituto Watson furono: Paolo Meazzini, Aldo Galeazzi, Cesare Cornoldi, Salvatore Soresi, Ri­chiard Hallam.

Ho sempre ritenuto che la formazione dovesse avere essere molto pratica. Si è tutti consapevoli che si impara facendo. La teoria deve essere subito «messa alla prova» attraverso esperienze dirette. Personalmente ho imparato molto vedendo al lavoro ottimi terapeuti. Ho visto come si trattano le fobie e le ossessioni. Come si attua un training assertivo o come di educa un soggetto handicappato. Leggere e imparare senza fare esperienza diretta è contrario ad ogni principio di apprendimento. Uno dei maggiori teorici dell’apprendimento, Albert Bandura, ha dimostrato che per sviluppare auto-efficacia, cioè sapere cosa fare e come farlo, sia necessario attingere da quattro fonti:

1-     L’esperienza diretta

2-     L’osservazione di un’altra persona

3-     La persuasione verbale

4-     I propri stati emotivi o stati d’animo.

Se riteniamo che questa sia una giusta strada da percorrere, allora è importante che il futuro te­rapeuta faccia esperienza diretta, inizi a vedere i clienti e impari a osservare anche un altro terapeuta in azione. Penso che nessuno di noi si affiderebbe ad un chirurgo che ha soltanto studiato sui libri. Immaginate di chiedergli quale esperienza pratica ha e da chi ha imparato a lavorare e lui vi rispon­desse: «Ho letto molti libri, e so tutto!» Al contrario, si impara vedendo e facendo.

La persuasione verbale si basa su informazioni che tanto più risultano utili quanto più sono state precedute da una reale esperienza che abbia dato risultati positivi. Ovviamente siamo più predispo­sti ad appendere se abbiamo un buon stato d’animo. Diventa imperativo creare uno stato d’animo favorevole all’apprendimento. La domanda cui occorre ripondere: l’insegnante sa motivare, sa de­stare interesse, sa coinvolgere.

Ho sempre dato la possibilità ai miei studenti di vedere come lavoriamo nel nostro Istituto. Ho registrato innumerevoli sedute. Ho fatto vedere ai miei studenti come si attua un’esposizione o come si fa un primo colloquio. Ho dato loro l’opportunità di provare a fare insieme la terapia. Ri­tengo che sia importante insegnare agli studenti a mettersi sul mercato. Devono conoscere le strate­gie di marketing. Imparare ad individuare le aree di possibile sviluppo. Devono imparare a rispon­dere in modo concreto alle seguenti domande:

  • Conosco i vantaggi che i miei servizi possono dare ai clienti?
  • Sono in grado di soddisfare i bisogni dei clienti?
  • Sono in grado di fare delle efficaci presentazioni?
  • So lavorare per obiettivi?
  • Sono in grado di parlare in modo convincente davanti a molte persone?
  • Ad esempio, se un cliente hanno un figlio con deficit di apprendimento sono in grado di ef­fettuare un efficace parental-training?
  • Se un cliente non riesce ad andare a lavorare perché soffre di panico, so applicare i proto­colli di sicura efficacia?

Ricordiamoci che tutti i clienti si aspettano risultati. È necessario dare loro una risposta in ter­mini di: durata, costi, efficacia. Questi sono i loro bisogni, sta al terapeuta soddisfarli.

 

In realtà, non faccio nulla di particolare. Una scuola deve dare l’opportunità agli studenti di la­vorare con i pazienti. Così ho visto fare alla Tampe University da Wolpe e al Maudsley Hospital a Londra da Victor Meyer. Penso che sia un modello prevalentemente italiano secondo il quale chi in­segna non fa vedere come lavora. Si spiega ciò che è possibile trovare sui libri poi si verifica se gli studenti hanno studiato. Ma quando si verifica se sanno realmente fare? Non certamente facendosi raccontare come hanno trattato i casi senza mai averli visti lavorare. Mi sembra un mondo in cui la finzione libresca prevale sulla realtà, un mondo dove la realtà non deve e non può entrare!

È quindi comprensibile che, secondo la World University Rankings, l’università italiana più alta in graduatoria sia l’Università di Bologna, al 192esimo posto!

In Europa siamo i penultimi soltanto prima del Portogallo. Sono prima dell’Italia: 55 Università statunitensi, 29 britanniche; seguono università del Canada, Germania, Olanda, Giappone, Austra­lia, Svizzera, China, Belgio, Francia, Hong Kong, Svezia, Danimarca, Israele, Nuova Zelanda, Co­rea del Sud, India, Irlanda, Austria, Finlandia, Grecia, Messico, Norvegia, Russia, Sud Africa, Spa­gna, Taiwan, Tailandia.

Forse è opportuno che gli studenti italiani vadano all’estero per vedere come funzionano le altre Università. Pensate che i terapeuti cognitivo-comportamentali sono talmente richiesti che il governo del Regno Unito ha stanziato innumerevoli fondi per formarli.

Verificare nel sito: http://www.communitycare.co.uk/Articles/2006/06/.../cognitive-behavioural-therapy-key-to-tackling-depression-says... - 37k

 


Powered by Joomla!. Valid XHTML and CSS.